17/07/2011
Il Tofet di Cartagine, la grande menzogna - Tunisia
di Stefano Panizza
La Storia la scrivono i vincitori.
Quante volte abbiamo sentito questa frase ma di altrettante ce ne siamo dimenticati.
Se da una parte è incontrovertibile che non possa esistere una Storia oggettiva perché essa è per necessità figlia di interpretazioni, dall’altra è altrettanto vero che questa è stata ed è continuamente manipolata e snaturata dai Padroni del momento.
Al proposito, un esempio poco conosciuto: i presunti sacrifici umani, ed in particolare di bambini, nel cosiddetto Tofet di Salammbò a Cartagine (vicino all’attuale Tunisi), scoperto nel 1921.
Agli occhi moderni appare come un cimitero con un’area di 20.000 metri, vicino all’antico porto.
antico porto di Cartagine
Si tratta, in realtà, soprattutto di un antichissimo luogo di culto dedicato a Tanit, una delle principali divinità puniche. La dea è simboleggiata da una piramide tronca (la Terra), con una barra rettangolare sulla sommità (l’Orizzonte), al di sopra della quale appaiono il Sole e la Luna crescente (il Cielo).
dea Tanit
Di Tofet punico-cartaginesi ce ne sono diversi, tutti sostanzialmente santuari con aree di sepoltura. In Italia li troviamo in Sicilia ed in Sardegna.
Gli archeologi hanno scoperto in quello di Salammbò che le ceneri dei defunti, tutte appartenenti a giovanissimi, venivano sepolte in piccole urne, molte delle quali segnalate da una stele.
stele funerarie del Tofet
Era poi usanza, una volta saturata l’area di inumazioni, di ricoprirla completamente di terra per ripartire con nuove sepolture su livelli successivi. Alla fine il suolo si è innalzato di ben tre metri e mezzo.
Il sito fu attivo dall’VIII secolo a.C. e fino al 146 a.C.
Ma chi veniva sepolto in questo cimitero e che riti vi si praticavano?
I libri di Storia sono chiari al proposito (o sproposito …).
Si comincia dalla Bibbia, dove ci sono riferimenti a sacrifici di bambini e al termine mlk, da cui poi deriverebbe il nome Moloch, un sanguinario dio del pantheon fenicio (probabilmente, però, mai esistito con questo nome).
Ad esempio, in Geremia leggiamo “hanno costruito gli alti luoghi di Tofet nella valle di Ben Hinnom, per bruciare i loro figli e le loro figlie … vi hanno edificato gli alti luoghi di Baal, per bruciare a lui i loro figli in olocausto”.
Conseguenza di questa chiara avversione alla paganità del testo sacro, ma anche del non voler “rivali” sul piano religioso, fu la decisione della Chiesa, non appena ne ebbe la possibilità, di far chiudere il tempio (siamo nel III secolo d.C.), riducendolo a covo di serpenti velenosi.
Ma anche diversi autori dell’antichità parlano chiaramente di infanticidio a fini religiosi.
Abbiamo i greci Clitarco (320-280 a.C.), Diodoro Siculo (90-27 a.C.), Silio Italico (25-101 d.C.) e Plutarco (46-127 d.C.), che sembrano, però, trarre spunto più da arcaiche leggende elleniche che da fatti reali, quando scrivono di bambini sgozzati e bruciati in orrendi riti propiziatori.
Cerchiamo di capirne di più.
Diodoro Siculo nomina il sacrificio di duecento bambini provenienti dalle più nobili famiglie di Cartagine. Tutto sarebbe nato dall’inganno, da parte quest’ultime, di sostituire i propri figli destinati al sacrificio con quelli di schiavi e di miserabili. Scoperto il misfatto, il governo stabili, implacabile, la punizione.
stele funeraria con immagine di bambino
Plutarco, invece, racconta: “I Cartaginesi sgozzavano i propri figli ai piedi degli altari. Coloro che non avevano figli, li acquistavano dai poveri. Li sgozzavano come si faceva con gli agnelli e gli uccelli. La madre assisteva al sacrificio senza versare una lacrima, senza emettere un lamento…” (De superstizione).
Proseguiamo con Silio Italico che parla, con dovizia di particolari nel IV libro del suo Punica, del figlio di Annibale, destinato ad essere immolato sull’altare degli dei per decisione del governo di Cartagine. Il padre e la madre Himilce si rifiutano energicamente di adempiere a quest’ordine, promettendo in cambio di sacrificare migliaia di guerrieri nemici.
Come mai tutto questo “parlar male” dei cartaginesi?
Ma per motivi politici ed economici. Quando i greci, infatti, decisero di espandersi, si scontrarono con la potenza fenicia che allora dominava i mari ed i mercati del Mediterraneo.
Pure i latini (o di cultura latina), però, non sono da meno.
Tertulliano (155-230 d.C.) e Paolo Orosio (375-420 d.C.), ad esempio, non perdono occasione per attaccare tutti coloro che non hanno abbracciato la “vera” fede, cioè i pagani.
E venendo all’epoca moderna, non possiamo dimenticare il romanzo Salammbò (1862) di Gustave Flaubert, dove si assiste ad una vera e propria ecatombe di bambini.
Copertina di una edizione a fumetti di Salammbò
Una delle scene più cruente è quella del loro sacrificio a Moloch, in un momento in cui la città di Cartagine sta per capitolare in mano agli assedianti.
L’autore non si risparmia certo nell’uso di dettagli macabri e raccapriccianti. Evidentemente i cinque anni trascorsi a Tunisi per costruire al meglio il libro avevano dato i loro frutti …
altari del sacrificio
Ma anche il “nostro” Emilio Salgari con il suo Cartagine in fiamme (pubblicato a puntate nel 1906 sulla rivista Per terra e per mare) non fu da meno.
Il racconto si svolge nella città omonima nei momenti che precedono la capitolazione della città alla fine della III guerra punica. In esso si parla anche di Fulvia, amata da un prode guerriero, che rischia di finire immolata sull’altare del solito Moloch.
Nel 1959 dal romanzo venne tratto un film con il medesimo titolo.
Locandina del film Cartagine in fiamme
Gli scritti furono chiaramente figli del clima antisemita dell’Ottocento, dove si faceva di un tutt’uno fra Ebrei, Arabi, Cartaginesi e Fenici.
Pure Gabriele D’Annunzio, contribuendo alla sceneggiatura del kolossal cinematografico Cabiria (1914), si fece sedurre dal desiderio, in questo caso per motivi strettamente politici, di manipolare la Storia. Si tratta di un’opera muta della lunghezza di oltre tre ore e costata ben un milione di lire (contro il costo medio di un film dell’epoca di cinquantamila lire).
Locandina del film Cabiria
Fu proprio D’Annunzio a ideare il nome Cabiria, che significa “nata dal fuoco”. Come è facilmente intuibile la giovane Cabiria era destinata a bruciare tra le fiamme davanti alla statua di (indovinate?) Moloch.
Il film rappresentava un classico esempio di propaganda coloniale, perché voleva presentare gli abitanti delle Terre d’Africa come rozzi nerboruti bisognosi della “civiltà” italica.
Riassumendo, potremmo dire che in passato si volle far passare l’idea che i Cartaginesi praticassero l’infanticidio rituale unicamente per motivi religiosi, politici ed economici.
Ma la cosa grave è che gli storici moderni, salvo rare eccezioni, non sono ancora usciti da questa logica viziosa.
A loro parziale scusante, potremmo addurre quattro cose.
Primo, nell’antichità i sacrifici umani (di bambini e non) non erano dopotutto eccezionali
Secondo, la sterilità spirituale e la mentalità essenzialmente affaristica dei Cartaginesi (in altre parole erano dei “poco di buono”)
Terzo, il ritrovamento nel Tofet di Cartagine di una stele che raffigura un sacerdote reggente un bambino (da qui l’idea che lo stia portando al sacrificio)
Quarto, le centinaia di urne cinerarie contenenti i resti di bambini (e animali) rinvenute sempre nel Tofet di Cartagine unitamente a stele che riportano di offerte agli dei.
Ma il sospetto che si tratti solo di una colossale montatura non ancora smascherata dall’archeologia “ufficiale” (è bene ripetere, con lodevoli dissidenze) deriva da alcune semplici constatazioni.
Viene da chiedersi, comunque, “come mai non ci si è pensato prima”.
Evidentemente “riscrivere” la Storia può dar fastidio a chi l’ha sempre raccontata nel medesimo modo.
Vediamole, in ogni caso, schematicamente.
La prima è l’evidente inaffidabilità delle fonti storiche, figlia di logiche di parte. La Bibbia fa riferimento a pratiche cananee e non fenice, anche se la zona geografica è la medesima, ed i rituali sacrificali a cui fa cenno non sono esattamente identificabili. Gli autori greci e romani, poi, si sa da sempre che erano abituati ad “aggiustare” la Storia ricorrendo all’immaginazione.
La seconda porta a chiederci come mai i due grandi storici delle guerre di Annibale, il greco Polibio (206-124 a.C.) ed il romano Tito Livio (59 a.C-?), non ne fanno cenno.
La terza è il fatto che nei testi cartaginesi che ci sono pervenuti non se ne parla assolutamente. Nessun indizio su epigrafi, su stele, nessuna rappresentazione.
La quarta è il perché mai le steli funerarie dovrebbero riportare la stilizzazione di Tanit, che è la dea dell’amore, del piacere, della fortuna, il simbolo di vita per eccellenza, visto che il luogo doveva essere solo un muto testimone di un rito di morte.
La quinta è nella seguente domanda: “considerando l’alta mortalità infantile, come mai gli antichi cimiteri comuni contengono pochissimi resti di bambini?”.
La sesta è figlia della precedente. Sorge infatti spontanea la considerazione che se oltre alla moria naturale si dovesse aggiungere quella volontaria, i cartaginesi avrebbero dovuto estinguersi ben prima di incrociare le spade dei romani.
Ma a “tagliar la testa al toro” ci ha pensato la recente analisi dell’Università di Pittsburg di circa 350 urne riesumate proprio nel Tofet di Cartagine.
Ha rivelato che la maggior parte dei resti (inceneriti), in alcuni casi mischiati a quelli di animali, appartengono a bambini morti in periodo prenatale o subito dopo la nascita, quindi non ancora“buoni” per eventuali sacrifici.D’altronde è probabile che questi neonati, non ancora battezzati e circoncisi, non fossero ritenuti parte della comunità a tutti gli effetti e quindi dovessero essere sepolti a parte e non con gli adulti, dopo essere stati purificati con fuoco.
Sfrondando, allora, il racconto da tutte quelle manipolazioni che abbiamo visto, quale potrebbe essere la realtà storica?
Probabilmente i fenici, in via del tutto eccezionale e per situazioni gravi, hanno sacrificato bambini.
antro sacrificale
Solitamente, però, si limitavano a uccidere animali e a incenerire i neonati morti prematuramente, “offrendoli” agli dei e seppellendoli successivamente nei Tofet, come quello di Salammbò, a Cartagine.
Forse in un’unica cerimonia, visto che i resti sono stati ritrovati mescolati, come tolti da una pira comune.
Il resto è solo strumentalizzazione politica, intolleranza religiosa, baronismo accademico.
l’autore
Bibliografia:
- Gli inganni della Storia – Nerino Rossi – Marsilio
- Cartagine, la città punica – M’hamed Hassine Fantar – Les éditions de la méditerranée
- Civiltà n.2 – AAVV – DeAgostini
- Archeo n.8 – AAVV – My Way Media srl
- pierluigimontalbano.blogspot.com
- www.cassiciaco.it
23:04 Scritto da: gladiator011 in Tunisia | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | OKNOtizie |
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Veleia, la misteriosa Pompei del nord - Italia - Emilia Romagna
di Stefano Panizza
Veleia, la Pompei del Nord d’Italia. Migliaia di abitanti in epoca romana abbandonarono questa ridente cittadina delle colline piacentine.
Cosa era mai successo?
Facciamo un passo all’indietro.
Innanzitutto il nome, si scrive con una o due “elle”?.
Fonti letterarie e testi epigrafici attestano un uso maggiore con la “elle” semplice.
Veleia, dunque. E’ ubicata a circa 500 metri sul livello del mare, nella valle del fiume Chero, in provincia di Piacenza.
E’ una delle più importanti zone archeologiche dell’Emilia Romagna (l’ingresso è libero) in quanto è l’insediamento romano meglio conservato dell’intera regione (questo perché spesso le moderne città sono cresciute sopra gli antichi insediamenti).
pianta del sito
La zona era ricca di boschi, calanchi e selvaggina. Non è facile da raggiungere neppure oggi, lontana dalla pianura e dai suoi insediamenti (provare per credere, ci si arriva dopo una serie infinita di tornanti, se poi piove, è ancora peggio …).
Il nome sembra derivare dalla tribù ligure dei Veleiates (o Veliates o Eliates), insediatasi nella zona in epoca pre romana.
Di questa gente venne ritrovato un sepolcreto ricco di cassette litiche contenenti ceneri di defunti.
Veleia divenne un’importante cittadina sotto l’impero grazie soprattutto alle acque saline presenti nella zona, abilmente sfruttate in strutture termali e, come già detto, alla bellezza del contesto naturale nella quale è inserita.
le terme
http://www.nonsolotigullio.com/archeologianeltigullio/?ID...
Che fosse una zona salubre lo sembra dimostrare un censimento dell’imperatore Vespasiano (72 d.C.), perché riporta che ospitava diversi ultracentenari (sei avevano superato i 110 anni, quattro i 120, ed un certo Marcus Mutius Marci addirittura i 140 anni …).
le abitazioni
Era consuetudine fra gli abitanti, poi, bruciare per puro divertimento metano e petrolio che sorgevano spontanei dal terreno, creando spettacolari giochi di luce.
La città prosperò fino al III secolo d.C., si ebbero notizie fino al IV secolo, poi venne abbandonata e di lei non si seppe più nulla.
Fu il casuale ritrovamento, nel 1747, di un reperto bronzeo da parte di un parroco della vicina Macinesso, a far sospettare che, sotto terra, si potesse nascondere qualcosa di interessante.
Ma furono gli scavi archeologici del 1760 sotto il regno dei Borboni, duchi di Parma, Piacenza e Guastalla, a riportare alla luce l’antica città, con i suoi inestimabili tesori, la maggior parte dei quali sono conservati al Museo Archeologico Nazionale di Parma.
Ricordiamo fra questi la cosiddetta Tabula Alimentaria Traiana, la più grande tavola scritta in bronzo di tutta l’antichità romana (metri 1,50 x 3), riportante nomi di proprietari terrieri ed informazioni sui relativi fondi.
Vennero, inoltre, portati alla luce le terme, le strade porticate, i negozi, il foro, una cisterna idrica ed altro ancora.
il foro
Successivamente la zona tornò alla ribalta delle cronache con la scoperta nel 1886 di una balena fossile (il terreno è, comunque ricchissimo di resti paleontologici). Inizialmente venne rinvenuta la sola mandibola e, l’incomprensione su cosa si trattasse, fece nascere l’idea che fosse un mostro antidiluviano.
Ora, detto questo, vi sono tre domande che urgono una risposta:
Come mai la fiorente Veleia venne abbandonata?
Perché non venne più ricostruita né sul luogo originario né nei dintorni?
Come mai ospitava diversi ultracentenari, in un momento storico in cui la vita media non arrivava a quarant’anni?
Nel primo caso, forse, una soluzione ce la possono fornire i nomi dei due monti adiacenti, il Morìa e il Rovinasso.Che sia stata una gigantesca frana a seppellirla e a causare la fuga precipitosa dei suoi abitanti?
gli ultimi ritrovamenti
Di ciò non si hanno notizie storiche, però. E appare strano che i romani, così capaci nelle opere urbanistiche e viarie, non abbiano tenuto conto del possibile dissesto geologico della zona.
E’ vero che a Pompei costruirono alle pendici di un vulcano ma erano millenni che non dava segni di vita ed era naturale ritenerlo una semplice montagna.
In ogni caso, e veniamo alla seconda domanda, rimane inspiegabile sul perché nella zona non venne più ricostruito nulla, a differenza della già citata Pompei dove i cittadini, passata l’eruzione del Vesuvio, ritornarono ad abitare le vicinanze.
Forse, più che Pompei, la situazione richiama, allora, la mitica città inca di Machu Picchu, anch’essa inspiegabilmente abbandonata al tempo dei Conquistadores e per sempre.
Alcuni studiosi hanno ipotizzato l’azione devastatrice ed intimidatoria di popolazioni barbariche (il IV secolo è infatti periodo di grande instabilità dell’impero).
Forse si è trattato, allora, dell’azione combinata di due fattori: l’insicurezza della zona, causa le guerre e l’instabilità geologica, colpa delle frane. Ma i dubbi rimangono.
Un bel mistero costituisce, invece, la terza domanda.
La scienza ci spiega che una durata di vita così eccezionale è dovuta essenzialmente a cause genetiche.
In Italia sono attualmente circa 13 mila gli italiani che hanno superato i 100 anni. Ad effettuare il censimento è stato Roberto Bernabei, ordinario di Geriatria all’Università Cattolica di Roma.
Se consideriamo una popolazione di 60 milioni di abitanti, si può notare che la percentuale è di molto inferiore allo 0%. Valutando una popolazione a Veleia in alcune migliaia, appare evidente che il numero degli ultracentenari era spropositato (senza dimenticare che ai nostri giorni l’aspettativa di vita è più che raddoppiata).
Se escludiamo un errore da parte dell’ ”ufficio anagrafe”, si brancola nel buio.
A questo punto la logica suggerisce che ci fu qualcosa che attirò i vegliardi dell’impero romano proprio a Veleia. Difficile, però, capire tale motivo.
Ma erano, poi, cittadini romani?
Ricordiamo che una longevità straordinaria è attribuita, soprattutto, ai patriarchi biblici. Matusalemme, secondo la Bibbia, visse per oltre 900 anni; in realtà, calcoli realistici, la ridurrebbero a 120, età comunque più che rispettabile.
A questo punto è impossibile andare oltre senza lasciarsi trasportare dalla fantasia…
l'autore
Bibliografia:
www3.sympatico.ca/giorgio-lidia.zanetti/veleia/veleia.html
http://valdarda.wordpress.com/2010/06/24/valdarda-valchero-il-mistero-di-velleia-romana-prosegue/.
http://www.archeobo.arti.beniculturali.it/veleia/note.htm.
http://www.motortravel.it/veleia-romana.php.
http://ricerca.gelocal.it/ilpiccolo/archivio/ilpiccolo/2010/06/29/GO_11_APRE.html
www.comune.lugagnano.pc.it/img/calanchi.jpg
http://gianlucagrossi.blogspot.com/2009/06/i-mille-anni-di-matusalemme-tutta-colpa.html.
Storia di Parma volume 2 – AAVV - Mup
Cronache inquietanti all’ombra del gotico – Elvio Fiorentini – a cura dell’autore
19:10 Scritto da: gladiator011 in Italia - Emilia Romagna | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |
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I misteri della Nubia, fra Assuan, Phile, Elefantina e Kalabsha - Egitto
di Stefano Panizza
In una nostra precedente indagine ci siamo soffermati su un unico e ben preciso mistero: l’uovo del Nubian Museum.
Ma la zona approssimativamente compresa fra la Prima e la Seconda Cataratta del Nilo (la cosiddetta Nubia Egiziana) è in realtà un vero e proprio scrigno di sorprendenti enigmi, la maggior parte dei quali poco o per nulla conosciuti.
zona Prima Cateratta
Vediamoli insieme, ponendo come filo conduttore i siti archeologici della regione che presentano aspetti misteriosi.
La stessa Agata Christie, famosa scrittrice di romanzi gialli, non rimase immune dal fascino enigmatico della zona.
Ambientò, infatti, fra Luxor ed Assuan il suo romanzo “Poirot sul Nilo”, pubblicato nel 1937; lungo le rive del fiume è ancora visibile l’albergo che fece da sfondo alle sue vicende.
albergo di Agata Christie
Assuan
Assuan uguale diga.
Queste due parole sembrano infatti indissolubilmente legate. Non si può citare una senza che venga in mente l’altra.
diga di Assuan
Come tutti sanno la costruzione della diga (terminata nel 1970) ha creato il Lago Nasser.
Esso misura 550 km di lunghezza, 35 di larghezza e contiene ben 157 km cubi d’acqua.
Ora, questa enorme e artificiale massa liquida che effetti può scatenare nell’ambiente?
Ufficialmente nulla.
In realtà, secondo alcuni studiosi, le cose potrebbero stare in modo diverso.
I sospetti nacquero quando si scoperse che nei pressi della diga di Kariba (fra Zambia e Zimbawe) e dopo la sua costruzione negli anni Sessanta, cominciarono a fare la loro comparsa frequenti terremoti (prima mai rilevati).
Ma anche in altre zone del mondo si verificarono casi che fecero pensare.
In particolare nel 1962 in Cina a Xinfengjiang e nel 1967 a Poona, in India, dove provocarono morti e feriti.
E ad Assuan?
Anche qui il terremoto ha fatto sentire la sua “voce”. Nel 1981 (sei anni dopo che le acque della diga ebbero raggiunto il loro livello massimo) si scatenò un sisma di Magnitudo 5.3.
Come da sempre si legge, i sismi avvengono per l’improvvisa liberazione di energia accumulatasi nella crosta terrestre che avviene per il suo continuo spostamento e sfregamento sulla sottostante roccia fusa.
Ma per alcuni studiosi i motivi possono essere diversi.
Può, infatti, la pressione di un fluido provocare un anomalo “carico” di energia?
Diversi fattori sembrano portare in questa direzione.
Assuan è famosa, poi, per le cave di granito (usato nell’antichità per templi e statue) ed in una di queste giace da millenni un obelisco incompiuto (per dimensioni sarebbe stato il più grande obelisco d’Egitto, 43 metri di lunghezza e 1.168 tonnellate di peso).
cava di granito
Non è ancora ben chiaro come abbiamo fatto gli antichi egizi, che non conoscevano l’acciaio e poco il ferro (forse di origine meteorica), a lavorare il duro granito con il semplice rame.
Grossi problemi, naturalmente, seppur apparentemente non insolubili, si sarebbe presentati per il trasporto alla destinazione finale.
In ogni caso ci sono ancora diverse zone d’ombra su questi aspetti della civiltà egizia.
Phile
autore
Si tratta di un’isola che si trova nel bel mezzo del fiume Nilo.
Come tutti sapranno, fra il 1977 ed il 1980, il complesso di templi per la quale era famosa venne interamente smontato e rimontato nella vicina isola di Agilkia, dove oggi è visibile e visitabile.
isola di Agilkia
La diga di Assuan, infatti, aveva innalzato il livello delle acque e conseguentemente ricoperto quasi tutta la sua superficie.
L’isola era sacra per gli egizi e gli etiopi perché ritenuta uno dei luoghi di sepoltura di Osiride.
Divenne, in tal modo, uno dei più importanti luoghi di pellegrinaggio dell’antico Egitto (III-II secolo a.C.).
Fra gli edifici più interessanti spicca il Mammisi.
Mammisi
Si tratta di una piccola struttura colonnata collegata al tempio di Iside.
Quest’ultimo presenta una pianta in forma piramidale (l’idea di piramide è onnipresente nella storia egizia) con l’ingresso che tende a restringersi man mano ci si addentra all’interno della struttura.
La cosa è visibilissima anche all’esterno.
perimetro tempio di Iside
Come suggerisce il nome stesso, in essa si celebravano i riti legati alla natività e, più in generale, alla fertilità.
Ed è per questo che i colonnati del tempio risultano pesantemente graffiati.
colonne graffiate
La polvere ottenuta, infatti, veniva ingerita perché ritenuta capace di aumentare la fertilità della donna.
Ma il discorso legato alla maternità ci porta ad una misteriosissima e poco conosciuta conoscenza degli antichi egiziani.
Quest’ultimi avevano scoperto un metodo attendibile per scoprire il sesso di un nascituro.
In pratica, la donna in gravidanza doveva ogni giorno bagnare con la propria urina due recipienti diversi: uno conteneva seme d’orzo, l’altro di grano (il kit era completato in entrambi i casi da sabbia e datteri).
Se fosse germogliato prima l’orzo, sarebbe nato un maschio, se fosse germogliato prima il grano sarebbe venuta al mondo una femmina.
Se non fosse germogliato né l’uno né l’altro, la donna non avrebbe partorito.
Quanto attendibile era il metodo?
Molto, a giudicare dai test effettuati presso l’Istituto di Farmacologia di Wurzburg (Germania) dal dottor J.Manger.
Come abbiano fatto gli egizi a scoprire quanto rimane un mistero.
Ma Phile porta con se anche il fascino romantico di conservare le ultime iscrizioni in caratteri egiziani che si conoscano. Siamo, infatti, di fronte all’epilogo di quel sistema di scrittura creato migliaia di anni prima e che fu fra i primi usati dall’Umanità. L’ultima scrittura in geroglifico è del 394 d.C. Bastarono pochi decenni, a seguito della chiusura del tempio principale, per far perdere memoria sul come si leggessero i geroglifici.
Elefantina
E’ il nome dato dai greci ad un’isola che si trova sul fiume Nilo nei pressi della Prima Cataratta.
isola Elefantina
Il nome deriva dalla forma delle sue rocce che ricordano pachidermi intenti a fare il bagno.
Dagli storici dell’astronomia è ricordata perché fu proprio qui che il matematico greco Eratostene calcolò per la prima volta, nel 230 a.C. la circonferenza della Terra.
Ma per chi si occupa di “mistero” è famosa per due cose.
Primo, per l’Arca dell’Alleanza.
Secondo alcuni studiosi, infatti, il tempio ebraico, i cui resti sono ancora visibili, conservò per diversi decenni il sacro manufatto.
Che poi la struttura muraria possa richiamare, almeno in parte, il Sacro Tempio di Gerusalemme, è un indizio in più a favore di questa teoria.
E non dobbiamo neppure dimenticare che Mosè, costruttore dell’Arca su ordine di Jahve, aveva origine egizie. Ciò significa che, al di la di quanto narrato dalla Bibbia e molto più concretamente, potrebbe aver trafugato l’oggetto o tratto ispirazione dal mondo dei faraoni.
Esiste, tra l’altro, una stele ritrovata a Per-Sopdu e risalente al IV secolo avanti Cristo, nella quale si parla di una leggenda che richiama molto da vicino il funzionamento dell’Arca. Si racconta infatti di una cassa che, nel momento in cui venne aperta, lasciò fuoriuscire un raggio infuocato che uccise diverse persone.
Secondo motivo, per il “cemento” dei faraoni.
Nei pressi di Elefantina, infatti, venne rinvenuta nel 1889 la cosiddetta Stele della Carestia.
Essa riporta la donazione dell’isola da parte del faraone Zoser (XVIII secolo a.C.) ai sacerdoti del dio Khnum.
Secondo alcuni egittologi, come Joseph Davidovits, essa conterrebbe la formula per realizzare una sorta di impasto minerale utilizzato per confezionare i blocchi delle piramidi.
Secondo l’archeologia “ufficiale”, però, si tratta di un falso risalente al periodo Tolemaico (II secolo a.C.) confezionato dalla classe sacerdotale per giustificare i diritti sul territorio; la grafia è, infatti, tipica di quel periodo storico (secondo Davidovitz, però, il testo è una copia di uno ben più antico).
Kalabsha
Anche Kalabsha, come Phile, ha raccolto i monumenti trasferiti dalla vicina isola (ormai sommersa dalle acque del lago Nasser) di Bab al-Kalabsha.
La parte più imponente è costituita dal tempio di Mandulis (dio nubiano del sole).
autore presso il tempio di Mandulis
Il sito è ricco anche di straordinarie pitture rupestri.
pitture rupestri
Sono state datate al 10.000 a.C., quando il clima era decisamente più mite e piovoso di adesso, con probabile formazione di un ambiente lussureggiante.
Ed è in questo periodo che, secondo Robert M. Schoch, docente di Storia Naturale alla Boston University, venne costruita la Sfinge (e non nel 2500 a.C. da Chefren), come dimostrerebbe la tipica erosione da acqua piovana sulla sua superficie calcarea.
Diverso il parere dell’ archeologia “ufficiale” per la quale le cause di questa sono molto più prosaiche: inondazioni del Nilo, piogge pur frequenti all’epoca di Chefren, umidità ed acqua del sottosuolo nei lunghi periodi in cui la Sfinge rimase sepolta sotto la sabbia.
Strano personaggio questo Schoch, per certi versi lo scienziato ideale. Rigoroso nei suoi studi, ma non ingessato nella cultura accademica.
Basti dire che, come racconta lui stesso, è “ … ossessionato dall’idea dei fenomeni paranormali …”, interesse nato “ … dallo studio delle culture antiche, in particolare dell’antico Egitto”.
In ogni caso, gli studiosi non si sono ancora messi d’accordo su questo come su altri misteri d’Egitto (come capita sempre quando si parla di fenomeni borderline).
Dal nostro punto di vista la ricerca continua … al prossimo viaggio!
Bibliografia:
http://it.wikipedia.org/wiki/Lago_Nasser
http://portale.ingv.it/faq/terremoti/si-possono-causare-i...
http://it.wikipedia.org/wiki/Terremoto
http://museodelrubinetto.it/storia_rubinetto.php?id_sez=1...
http://it.wikipedia.org/wiki/Philae
http://www.sapere.it/tca/MainApp?srvc=vr&url=/7/eg/45...
http://digilander.libero.it/ombradeglidei/medicina.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Elefantina
http://www.paranormal.altervista.org/index.php?page=miste...
http://www.edicolaweb.net/am_0906s.htm
http://www.touregypt.net/godsofegypt/mandulis.htm
http://storiasoppressa.over-blog.it/article-scienze-arcai...
Nexus n.84 – Sabina Marineo – Nexus Edizioni srl
Hera n.114 – Robert Schoch – Acacia Edizioni
Guida insolita ai misteri, alle leggende e ai luoghi sacri dell’Antico Egitto – John Antony West – Newton & Compton Editori
Egitto – AAVV – Touring Club Italiano
Egitto – Marco Pieri - Polaris
14:55 Scritto da: gladiator011 in Egitto | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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